Che  produrre riducendo l’impatto sia possibile solo a patto di rivedere tecnologie e processi –in altre parole investire in innovazione- è ovvio. Ma al di là delle valutazione soggettive come possiamo valutare il rapporto tra imprese green e innovazione tecnologica?Ci vengono in aiuto i dati presentati da Symbola nel rapporto GreenItaly 2012 che prende in  considerazione le domande  presentate nel periodo 2007-2011 all’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO). A livello comunitario risultano pubblicate,  ci dice il rapporto, circa 3.210 domande di brevetto  riconducibili a tecnologie green nel settore tessile-abbigliamento.  L’Italia vi partecipa  con 139 domande pari al  4,3% delle richieste complessivamente avanzate, mentre la di Germania vanta ben il 23% delle domande  e la Francia il 6,2%.In realtà l’Italia ha subito un forte calo tra il 2011 e l’anno precedente (-24% ) ed anche i tedeschi hanno registrato una flessione (-14,7%), mentre la compagine francese, nello stesso periodo, presenta un incremento dell’attività brevettuale in ambito green del 25%. Per quanto riguarda l’Italia, potremmo sbagliace ma è  difficile immaginare un 2012 di ripresa.Le aziende green e innovative sono prevalentemente nel Nord-Ovest e partecipano alla corsa alla brevettazione con una quota del 51,4% ma è la Lombardia a fare la parte del leone con il 42,8% delle domande di brevetto. A seguire  Toscana (15,5%) e Veneto ( 12,9%).I temi più ricorrenti nelle domande brevettuali sono il trattamento al plasma (18%), la realizzazione di costumi da bagno da competizione (12,2%) e la produzione di tessuti lanieri (10,1%).La bassa performance dell’Italia green e tessile nella classifica dei soggetti più attivi nel presentare brevetti può trovare più risposte. La prima certamente rimanda alla crisi e alla riduzione – con le attività e gli ordini- degli investimenti in ReS, la seconda ad una caratteristica tipica della manifattura  nazionale che tende ad operare per innovazione incrementale dando scarso valore alle procedure volte a tutelare l’idea innovativa. Andrebbe poi considerata la natura delle relazioni tra imprese e centri di ricerca/università/poli etc e valutare la reale efficacia dei finanziamenti  comunitari o nazionali che questi soggetti gestiscono sui processi industriali. Occorrerebbe poi valutare  in che misura il prodotto italiano tessile caratterizzato da contenuti di sostenibilità sia il risultato  di assemblamento di materiali realizzati da filiere geograficamente o settorialmente diverse e quanto giochi la supply chain nella definizione di un bene ecologicamente innovativo.

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