Finamente qualcuno si è presa la briga di verificare una della fake news più diffuse riguardo all’impatto ambientale della moda: che la moda sia il “secondo settore” più inquinante dell’industria mondiale.

E’ un’affermazione ripetuta continuamente all’inizio di ogni conferenza, di ogni articolo di giornale e spesso anche nel testo di rapporti indubbiamente seri ed informati. Forse qualche volta, ma molti anni fa quando parlare di sostenibilità nella moda era una assoluta novità ed eresia, anche noi di sustainabilitty-lab ci siamo lasciati abbagliare dalla forza di questa affermazione. Ci è però subito risultato chiaro che si trattava di un dato quanto meno difficile da provare, d’effetto, ma poco convincente. Più volte abbiamo pensato di impegnarci in una analisi dei dati per metterlo in discussione e fare chiarezza, ma ce ne è mancata l’occasione.

Ora è il New York Times, sicuramente più autorevole di sustainability-lab.net, ad affrontare l’argomento e a smontare il luogo comune. L’articolo si può leggere seguendo questo link.

Il NYT sottolinea giustamente che “There is no question that there are major issues around sustainability and clothes. That fashion brands bear enormous responsibility for carbon emissions and chemical runoff and landfill gluts in different parts of the world. That mea culpas are absolutely merited. There is no question that designers and executives need to think systematically about their place in the natural and human supply chain, and how they can do the least harm.”

D’altro canto la ricerca da parte Vanessa Friedman del NYT delle fonti dei dati che collocherebbero la moda al secondo posto tra i settori più inquinanti mostra che … non vi è nessuna fonte, ma una affermazione nata non si sa bene quando e poi continuamente ripetuta fino a farla diventare vera. Il classico meccanismo delle fake news e delle leggende metropolitane.

Che sia il secondo, il terzo, il quinto o l’ottavo ha in realtà poca importanza, ciò che importa è quanto si è riusciti in questi anni e quanto si riuscià nei prossimi a “ripulire” la moda da tutte le sostanze pericolose, ad evitare lo spreco di risorse e l’impatto ambientale causato dall’enorme quantità di materiali inceneriti o destinati a discariche, ad integrare i principi dell’economia curcolare nella filiera della moda.

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