Due notizie recentemente riportate da Ecotextile hanno riacceso l’attenzione sulla campagna Detox e sul ruolo della ong Greenpeace nel dibattito e nelle strategie per eliminare le sostanze contaminanti dai prodotti e processi tessili.

La prima notizia riguarda l’intenzione dichiarata da Greenpeace di prendere una ‘pausa dalla campagna Detox’ avviata nel 2012 e finalizzata all’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche dalla filiera della moda. Alla base della decisione la considerazione dei ‘progressi significativi’ compiuti dal comparto grazie alla campagna. L’associazione ambientalista, si legge nell’articolo, continuerà a seguire moda e industria tessile ‘come un cane da guardia’ ma si ritiene soddisfatta dei risultati.

La seconda notizia, ancora da fonte Ecotextile, riguarda una particolare circostanza: anche Greenpeace acquista e vende prodotti tessili, nello specifico T-shirt ed accessori e, come ogni azienda, deve fare i conti con requisiti di sicurezza. Secondo l’articolo tracce di sostanze chimiche critiche sono state trovate proprio nei prodotti utilizzati dalla ong nella propria campagna promozionale. Uno ‘scivolone’ che ha spinto l’associazione a correre ai ripari affrontando da un punto di vista diverso –quello aziendalistico- i criteri di sicurezza chimica.

Ed ecco arrivare la notizia per alcuni versi sorprendente: Greenpeace ha scelto i requisiti di Oeko-Tex per fissare i Global Textile Procurement Trial Standard a cui i fornitori della ONG dovranno attenersi. Ricordiamo che Oeko-Tex è la famiglia di certificazioni più diffusa nell’industria tessile e che negli ultimi anni ha incorporato nelle RSL di riferimento per le sue certificazioni molte delle sostanze e dei criteri di valutazione di Detox. –

Le materie prime utilizzate devono inoltre soddisfare i seguenti criteri: essere 100% cotone o altra fibra naturale  biologica certificata GOTS, oppure cotone certificato bioRe, FairTrade o altri standard internazionali equivalenti (il documento è disponibile qui ).

Ci saremmo aspettati che Greenpeace scegliesse come fornitori per il suo merchandising tessile aziende che hanno sottoscritto, e rispettato, l’impegno Detox. Ha scelto invece di inserirsi nell’iter delle certificazioni volontarie standard.

Un cambio di rotta che richiede qualche riflessione, anche in considerazione del fatto che la campagna Detox è ormai in fase di arrivo e si concluderà nel 2020.

La nostra valutazione riguardo all’impatto che la campagna ha avuto sul settore è molto positiva.

Detox ha attivato un’accelerazione nel percorso verso una chimica più sicura e a minor impatto sull’ambiente che il comparto della moda stava percorrendo, forse con eccessiva lentezza, lungo confini segnati dal Reach e –nei casi più avanzati – dalle certificazioni volontarie. Ha posto alle imprese e all’intero sistema della moda obiettivi che a molti sono sembrati utopici – “Zero sostanze chimiche pericolose”, ma che hanno imposto una visione del futuro e prodotto uno “sciame” di soluzioni innovative che non solo  hanno reso quegli obiettivi non più inarrivabili ma praticabili, raggiungibili.

A distanza di 9 anni sono state eliminate tutte le sostanze chimiche pericolose di cui si era richiesto il bando all’inizio della campagna?  Certamente no, basti pensare alla persistenza di aspetti problematici come l’uso dei PFC nei trattamenti idrorepellenti o dei metalli pesanti nei coloranti, ma la strada percorsa è stata lunga e oggi i nuovi standard richiesti dal mercato già molto più restrittivi di quelli previsti dalle leggi.

La campagna DETOX ha spinto gli stessi standard di certificazione a confrontarsi con obiettivi più alti e a raffinare parametri e modalità di testing. La scelta di affidarsi ad alcune delle migliori certificazioni – come la citata Oeko-Tex -può dunque essere interpretata come una dimostrazione del successo e dell’impatto della campagna.

L’adozione di RSL (e in particolare di M-RSL) restrittive e ispirate al principio di precauzione non era però l’unico elemento chiave della identità della campagna Detox che includeva altri 4 principi chiave per la sostenibilità: 1) trasparenza, 2) accountability, 3) abbandono completo dei processi pericolosi, 4) assunzione di responsabilità.

Sottoscrivere l’impegno DETOX ha infatti significato per le imprese che vi hanno aderito

a) rendere pubbliche le analisi chimiche di laboratorio svolte sui prodotti e sui processi aziendali;

b) dare conto pubblicamente degli obiettivi stabiliti nell’impegno e nei successivi piani di eliminazione;

c) eliminare, secondo i piani e i calendari definiti e lungo la filiera di fornitura, tutte le lavorazioni che utilizzano sostanze chimiche pericolose, non limitando la “ripulitura” ad alcuni prodotti;

d) essere responsabili verso i clienti, i consumatori e tutti gli stakeholder del rispetto degli obiettivi dell’impegno, e impegnarsi ad avviare azioni di rimedio, in caso di deviazione dagli obiettivi.

Il rischio è che delegando ad un ente terzo, tutti o gran parte di questi aspetti vanno persi. E soprattutto, come già sottlineato, resta in ogni caso curiosa la scelta di non ritenere utile – o necessario – che il fornitore abbia assunto l’impegni DETOX.

La scelta di Greenpeace di privilegiare le certificazioni è da intendersi come un cambio di strategia o un episodio?

Perché comunque la si voglia guardare, ora l’attenzione è sul post-DETOX, e non è indifferente valutare se il modello “DETOX” – con i 4 principi chiave sopra ricordati – sia ormai superato dall’evoluzione delle certificazioni tradizionali e/o non applicabile in pratica (ad esempio quando si devono vendere/acquistare delle T-shirt), oppure se resti un “modello guida” pur integrato da altri strumenti.

Dal 2011 (inizio della campagna DETOX) ad oggi, la filiera della moda ha modulato ricerca e sperimentazione e soprattutto i propri modelli di business a finalità ambientali, ha acquisito livelli di competitività tali da cui sarebbe poco sensato retrocedere. Il sistema nel suo insieme (dalle produzioni a monte al retail) si è avventurato su strade di innovazione sostenibile inimmaginabili fino a pochi anni fa. Come in tutti i momenti di accelerazione dei fenomeni che si traducono in “cambi di paradigma” le direzioni di sviluppo sono incerte e si prestano a confusione ma il sistema delle imprese ha bisogno di segnali chiari per orientare l’innovazione e dotarsi di strumenti decisionali per la gestione operativa.

Noi, per quel che ci compete, lavoriamo  in questa direzione, offrendo non solo ‘chiavi di lettura’ sui macrofenomeni in corso ma anche concreti strumenti operativi come C3.Tools – il software di autovalutazione di conformità alle RSL presenti sul mercato – che consente anche alle piccole e medie imprese che non hanno un dipartimento dedicato alla gestione della conformità, di orientarsi nel labirinto delle richieste dei marchi.

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