A distanza di alcuni giorni dal quarto Global Strike For Future tenutosi in molte città del mondo  il 29 novembre scorso, è possibile condividere qualche riflessione.

In primo luogo va sottolineato il successo dell’evento anche in Italia: i giovani –spesso giovanissimi- hanno voglia di dire la loro sulla difesa del Pianeta e questo non può fare che piacere. Capita però che il Friday for Future coincida con il Black Friday e che assuma –e come poteva essere diversamente?- connotazioni fortemente critiche verso il consumismo, la moda  e in particolare verso  il fast fashion. I ragazzi hanno invitato a non fare acquisti, boicottando le super offerte del venerdì nero prenatalizio. Inoltre alcuni manifestanti sono scesi in piazza con scatole di Amazon, indicando nell’ecommerce un nuovo nemico.

Dare ragione ai ragazzi con il cuore è facile,  avvertire in questi slogan il ritorno di un anticonsumismo un po’ moralista e un po’ di maniera è inevitabile.

Allora, senza dare ragione o torto a prescindere e ben lieti di vedere i giovani interrogarsi sul significato etico ed ambientale dei consumi e dei modelli economici che li esasperano, proviamo a mettere lì un paio di considerazioni che forse aiuteranno a capire ‘quanto è profonda la tana del bianconiglio’ (Matrix docet).

Ha certamente ragione Anna Wintour a indicare come negativa la moda usa e getta e a ricordare che un capo acquistato và indossato più volte altrimenti che l’hai comprato a fare? E che pertanto è meglio comprare meno ma meglio investendo in durata e qualità. Ma la realtà del fast fashion, simbolo del consumo rapido a basso costo e come tale accessibile a tutti, ci appare ormai come una condizione da cui è difficile sottrarsi, pena generare/incrementare problemi sociali. In altre parole: se c’è una crisi della domanda quale quella che conosciamo ormai da anni e tale da richiedere politiche fiscali espansive a sostegno dei consumi, le strategie che ne invocano il blocco  e quindi l’austerity non aiutano.

O si aumenta la domanda o si punta sulla decrescita felice. Alternativa difficile che suona un po’ come altre alternative a cui il dibattito e la cronaca politica ci stanno abituando: ambiente o lavoro, benessere economico o salute. Qualunque opzione si scelga sono dolori, specie per i più poveri. Ma ne sono consapevoli i ragazzi?

Insomma trovare un modello economico e di consumo che aiuti la transizione verso un’economia sostenibile senza approcci ideologici non è facile e richiede tempo e molto lavoro.

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