Non è mai troppo presto per prepararci al futuro.

In questi giorni di isolamento forzato scanditi dal quotidiano annuncio del numero dei contagi, dei decessi e per fortuna, dei guariti, può sembrare inappropriato chiederci come sarà il post-pandemia e come affrontarlo. Sbagliato: inappropriato e irresponsabile sarebbe piuttosto non farlo, non chiedersi come evitare che il Coronavirus accentui in modo irrecuperabile le disuguaglianze sociali creando sacche di povertà e sfiducia da cui non sarà facile riemergere. E se non vuole farlo la politica lo faccia l’anima produttiva del Paese.

Non siamo medici né cassandre e non ci permettiamo di intervenire sugli aspetti sanitari della gestione della pandemia  ma due ci sembrano gli scenari possibili: il primo più auspicabile: nel giro di qualche settimana il coronavirus si auto estingue e si torna alla normalità, il secondo, più odioso, il contagio diminuisce ma non si arresta e con il covid 19 bisogna imparare a convivere.

Comunque sia, saremo tutti un po’ più poveri, alcuni di noi potrebbero non aver più un lavoro, molte imprese potrebbero non avercela fatta.

Il calo dei consumi oggi dovuto alla chiusura della attività continuerà a causa della ridotta  capacità di spesa dei consumatori, una contrazione che riguarderà prima di altri comparti quello della moda, perché se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi giorni di isolamento è che di un capo d’abbigliamento nuovo possiamo fare a meno, ma di un  iPad e di internet no. Il tessile   e la moda saranno quindi in grande difficoltà, e si va diffondendo la convinzione che le perdite per il segmento del lusso  stimate nel primo trimestre del 2020 tra il  25 e il 30%, proseguiranno per tutto il 2020.

Cosa stiamo imparando dalla pandemia che può aiutarci a preparare la ripresa?

Ma è  sola. Ad un mese dallo tsunami coronavirus manca una governance efficiente  e rapida di coordinamento, controllo, gestione delle imprese autocandidate a produrre mascherine e dpi. E così le aziende faticano a trovare le informazioni, quali laboratori contattare per verificare se il tal materiale è adeguato, quali protocolli adottare. Si perde un sacco di tempo mentre servono mascherine, calzari, camici, Si  perde anche l’occasione per imparare cose nuove, acquisire competitività. Il rischio è quindi che  generosità ed intraprendenza vadano sprecate mentre devono essere indirizzate alla gestione dell’emergenza e diventare lo strumento per riprogettare il futuro. Mettiamola così: si poteva fare di meglio ma siccome verrà lunga, siamo ancora in tempo a rimediare.

Tessile e moda non saranno probabilmente tra i vincitori. Può essere che usciti dall’isolamento forzato scatti la voglia di rinnovare il guardaroba ma difficile ipotizzare una data. Il tessile deve allora già da oggi  connettersi alle filiere trainanti, oggi sono le mascherine, domani potranno essere smart textile che segnalano contaminanti, filtrano l’aria senza rinunciare a essere fashion, rendono interattivi accessori e arredi etc.

Ce la faremo? Si, ma per la miseria troviamo il modo di separarci dal divano. Anche per questo abbiamo bisogno di mascherine.

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