Due notizie pubblicate sulle stampa in questi giorni ci spingono a considerare un aspetto al momento ignorato ma destinato a diventare un problema rilevante.

La prima riguarda la denuncia lanciata dal movimento ambientalista Ocean Asia in merito alla presenza migliaia di mascherine usate sulle spiagge e nei corsi d’acqua, prime annunciatrici di quella che potrebbe diventare una nuova catastrofe ambientale non essendo le mascherine biodegradabili in acqua ed essendo potenzialmente contaminate magari dallo stesso Covid 19.

In Italia, a parte qualche immagine di quelle che non vorremmo vedere di mascherine e guanti abbandonate nei posteggi dei supermercati, è facile immaginare che i dispositivi finiscano nell’indifferenziata incrementando i volumi dei rifiuti non riciclabili. Sappiamo che essendo le mascherine in polipropilene o in poliestere riciclare tecnicamente non è impossibile. Ma ha un senso?  Quale la soluzione più razionale?

L’abbiamo chiesto a Giorgio Ghiringhelli amministratore unico di ARS ambiente Srl, società che fornisce consulenza tecnica, progettuale e normativa ad aziende ed enti impegnati nel ciclo di gestione integrata dei rifiuti.

‘Vedere le immagini dei guanti monouso gettati a terra a costituire una sorta di “littering virale” fa male soprattutto in questo momento dove dovrebbe crescere la sensibilità sia verso il prossimo che verso l’ambiente che ci ospita, che in fondo è casa nostra. L’ISS – Istituto Superiore di Santità – ha precisato recentemente le regole per la gestione dei rifiuti urbani generati durante l’emergenza COVID19 e tra questi troviamo proprio i guanti usa e getta: in caso di positività o quarantena occorre non effettuare più la raccolta differenziata e smaltire tutti i rifiuti nei contenitori per i rifiuti indifferenziati accertandosi di chiuderli bene in sacchetti resistenti, mentre negli altri casi si può continuare a fare la raccolta differenziata come si è sempre fatto. I guanti e le mascherine però, fino alla fine dell’emergenza, sempre nell’indifferenziato’.

Al di là della gestione del fine vita delle mascherine usate dalla popolazione, non c’è il rischio che il blocco delle attività di riciclo faccia collassare il sistema della filiera del riciclo? Ad oggi i rifiuti urbani  vengono ritirati ma che ne è del loro destino se la macchina del riciclo non riparte velocemente? Con il caldo dobbiamo aspettarci qualche incendio nei capannoni dello stoccaggio rifiuti?

‘Il sistema di gestione dei rifiuti è uno dei settori più direttamente colpiti dalla crisi dovuta alla diffusione del coronavirus, crisi che segue temporalmente il blocco delle esportazioni di carta e plastica verso la Cina ed altri paesi asiatici. Lo stop alle attività produttive e la diminuzione dei consumi comporteranno una riduzione significativa dei rifiuti da gestire mentre l’emergenza produrrà un drammatico aumento dei rifiuti sanitari: questi sono i principali fattori di stress sul settore. Per quanto riguarda l’economia circolare occorre sapere che mentre la raccolta differenziata dei rifiuti prosegue si assiste ad un blocco dei sistemi produttivi che assorbono le materie prime (plastica, carta, etc.) prodotte da selezione e riciclo, rendendo ancora più evidenti le mancanze infrastrutturali nazionali e la disomogeneità di dotazione impiantistica sull’asse nord-sud. Questo, unitamente al blocco delle esportazioni, sta portando ad una saturazione degli stoccaggi purtroppo prodromico a quelle che spesso combustioni spontanee non sono. La fragilità del sistema italiano di gestione dei rifiuti appare ancor più evidente in questa situazione: strutturale deficit infrastrutturale, burocrazia asfissiante, decisioni politiche spesso rinviate e mancanza di accettabilità sociale degli impianti.Ma la crisi ha impatti anche su tempi e modalità di attuazione di misure regolatorie e sulle policy. La nuova tariffa rifiuti introdotta da ARERA, già oggetto di proroghe, rischia di slittare ulteriormente, producendo altre difficoltà: ad esempio, un sistema che non considera i volumi di rifiuti effettivamente prodotti come è la TARI-tassa rifiuti, rischia di gravare eccessivamente settori, come il commercio e la ristorazione, già duramente provati da questa crisi. Peraltro il calo di queste attività ridurrà solo parzialmente i costi dei gestori dei rifiuti, data la struttura di costi fissi e la necessità di assicurare la continuità del servizio.’

La seconda notizia riguarda il comparto industriale della pelletteria e della concia.

Unic-Concerie Italiane, ha recentemente chiesto ufficialmente al Governo di inserire le aziende del settore pelli tra le imprese autorizzate a riprendere le attività  in ‘un’eventuale decisione di graduale ripresa delle attività economiche’.

Alla base della richiesta non solo la legittima preoccupazione per la tenuta economica del comparto ma anche una preoccupazione ecologica. Mentre i macelli sono in piena attività  per rifornire di carne i supermercati e i negozi di alimentari si accumulano pelli grezze che non trovano un impiego, proprio a causa della chiusura delle attività conciarie. Questo genera, si legge nella lettera inviata al Governo dal presidente di Unic Gianni  Russo “evidenti problemi di gestione delle stesse da parte dei nostri fornitori, i macelli, la cui capacità di stoccaggio è limitata, sia in termini di spazio che di tempo. Molti macelli sono vicini alla saturazione’. In altre parole i macelli hanno scarti di difficile gestione che non sanno se stoccare in attesa di tempi migliori o conferire in discarica e le conce non possono sfruttare materia prima di valore.

E’ solo un esempio e purtroppo ce ne saranno altri. Non vorremmo pertanto che gli obiettivi dell’economia circolare venissero accantonati in nome di uno stato di emergenza che rischia di creare problemi ambientali e di salute pubblica oggi sottostimati.

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