Ridurre l’uso di sostanze chimiche nei processi, recuperarle ove possibile per riusarle, sono le azioni base per sostituire alla logica lineare dei processi produttivi la visione della circular economy. Perché se  passi importanti sono stati fatti per quanto riguarda il riciclo dei materiali, i prodotti chimici utilizzati nei processi tessili sono ancora gestiti prevalentemente con il modello lineare: lavaggi per rimuovere i residui sul materiale per evitare il trasferimento alla pelle durante il contatto fisico, scarico dei reflui. Il tutto naturalmente in uno scenario normativo dominato, almeno in Europa, dal Reach e dalle molteplici iniziative volontarie di mitigazione dell’impatto ambientale. Certo si può fare di più. E’ questo, in estrema sintesi il messaggio lanciato dal rapporto CHEMICAL CIRCULARITY IN FASHION curato da Phil Patterson, Colour Connections Consultancy Ltd per Laudes Foundation.

Lo studio ricorda il ‘peso’ ambientale dei prodotti chimici utilizzati nei processi tessili: per produrre 60 milioni di tonnellate di prodotti finiti per la moda e la casa se ne usano quasi 10 milioni di tonnellate. A parte i coloranti e altri additivi destinati a funzionalizzare il materiale, la maggior parte dei chemicals  è scaricato nei reflui e spesso sversato nell’ambiente senza  processi di depurazione.

Il rapporto però è all’insegna dell’ottimismo. Negli ultimi anni l’industria tessile e della pelle ha migliorato in modo significativo le proprie performance ambientali. La seconda parte del report è infatti dedicata a dare visibilità ad esperienze positive di recupero e riciclo di composti chimici.

Il report è scaricabile qui

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