l ritorno alla normalità sarà possibile solo a condizione che si adottino comportamenti collettivi ispirati alla prevenzione dei contagi. Ruolo importante è pertanto affidato a una serie di oggetti protettivi: mascherine in primo luogo.

A che punto siamo oggi? Ci sono/saranno mascherine per tutti? E quelle in circolazione hanno i requisiti necessari?

Difficile rispondere. Durante la prima ondata covid19  abbiamo visto di tutto:

  • iniziali posizioni contradditorie sull’uso di mascherine (servono, non servono)
  • denuncia da parte del sistema sanitario e di altri servizi primari della mancanza di mascherine
  • definizione da parte delle autorità di requisiti per la produzione di mascherine e dpi dispositivi medici (chi fa i test, chi autorizza) in deroga alla certificazione CEE
  • importazioni di mascherine più o meno dotate dei requisiti richiesti e apprendere dalla cronaca che le mascherine possono essere un business per società illegali
  • conflitti sul prezzo di vendita delle mascherine (se troppo alto viene meno il principio precauzionale, se troppo basso non sono coperti i costi di produzione e distribuzione e si favorisce l’importazione da Paesi terzi di prodotti di qualità e sicurezza discutibili),
  • proliferare di iniziative di produzione da parte di molteplici soggetti (medie e grandi imprese ma anche artigiani, sartorie, cooperative sociali etc) di mascherine a uso privato spesso prive di specifici requisiti tecnici.

Nel frattempo ha assunto dimensioni importanti il problema della gestione delle mascherine a fine utilizzo. Essendo potenzialmente state esposte a contagio non sono riciclabili e devono essere conferite nella frazione indifferenziata dei rifiuti, il che fa aumentare i volumi di materiali di difficile gestione (finiti i bei tempi in cui potevamo mandare i nostri rifiuti in Cina..).

Privilegiare dove possibile mascherina riusabili diventa allora una parziale soluzione al problema studiandone non solo la durata ma anche sistemi industriali di lavaggio e sanificazione per quelle usate in contesti collettivi (aziende ad esempio). Resta comunque il problema dei volumi di TNT che  dovranno essere gestite.

Intanto,  mascherine abbandonate restano lì a segnare sentieri boschivi e posteggi, tristi testimoni di un ancor più triste periodo. Perché se la produzione è un problema, anche la dismissione non è uno scherzo.

Cosa succede adesso?

Se la mascherina sarà anche per i prossimi mesi la nostra più fedele compagna continuare ad affidarci all’improvvisazione può non essere la soluzione. Non fosse altro per un motivo di quantità: ne serviranno milioni ogni mese.

Sebbene le riviste internazionali che presidiano il tema ricerca-innovazione ci forniscano interessanti esempi di prodotti, materiali e trattamenti sviluppati da università, imprese e start up,  è urgente  una presa in carico del problema da parte del sistema industriale italiano supportato da laboratori di testing e di ricerca.

E’ un problema di filiera non delegabile alla singola volonterosa confezione e che nasce piuttosto dalla collaborazione tra i produttori dei materiali e i finitori chimici (dalle fibre ai trattamenti igienizzanti e idrorepellente, ai TNT etc), i laboratori di analisi e i sistemi di certificazione, i produttori di macchine e tecnologie, senza dimenticare i designer che devono lavorare con principi ergonomici  e progettare la durata del prodotto. Tranne qualche eccezione (per esempio la filiera Molamia con Radici Group, la collaborazione Tintoria Sandroni-Mimoska, le mascherine certificate Quid-CoopItalia) abbiamo visto le aziende lavorare da sole, sicuramente non per scelta, con tutti i limiti che questo comporta.

Per molte aziende il Covid 19 è stata però l’occasione per misurarsi con la produzione di articoli diversi da quanto solitamente prodotto fino ad attivare riconversione più o meno radicali. Esempi interessanti sono offerti da alcune imprese del meccanotessile.

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