Secondo un recente studio dell’Università di Firenze ammonterebbero a 50mila  tonnellate/anno gli scarti del comparto tessile-abbigliamento della sola area Lucca-Pistoia-Prato. Per quanto il distretto pratese sia in grado di prenderne in carico una quota importante e abbia sviluppato competenze tecniche nell’ambito del riciclo dei materiali uniche in Europa, il problema non è irrilevante considerato che gli scarti tessili si aggiungono a quelli edili e di altri comparti industriali.

La denuncia arriva da Confindustria Toscana Nord ed in particolare da Francesco Marini, vicepresidente ed imprenditore, con una dichiarazione ripresa da La spola e dalla stampa locale il 18 luglio scorso. Troppi  gli scogli normativi che rendono difficile e oneroso sottrarre alla classificazione come rifiuti sia gli scarti di lavorazione sia il cosiddetto post-consumo, cioè gli abiti usati, ribadiva Marini in quell’occasione.

E se il problema è sentito a Prato, dove la filiera è in grado di dare risposte importanti, viene da chiedersi cosa accade nelle altre regioni e come si pensi di arrivare all’appuntamento con le norme applicative del Decreto europeo per l’economia circolare (erano attese per luglio ma causa corona virus se ne riparlerà nel 2021).

Ricordiamo intanto che proprio in Toscana è partita l’iniziativa ‘Patto per il tessile’ e che porta la firma di Confindustria Toscana Nord, CNA Toscana, Confartigianato Toscana/Tessile/Moda e Associazione Astri e per quanto riguarda le istituzioni Regione Toscana, Comune di Prato e Alia Servizi Ambientali SpA. L’obiettivo: facilitare le prassi amministrative e le relazioni per il riciclo dei materiali tessili, sfridi di produzione e abbigliamento a fine vita.

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