La prima: secondo il rapporto sul mercato del cotone biologico 2020 di Textile Exchange la produzione di cotone biologico nel 2018/19 è aumentata del 31% rispetto alla stagione precedente. In particolare, si legge,  222.134 agricoltori hanno ottenuto 239.787 tonnellate di cotone biologico a livello globale, appena un po’ sotto i risultati record nel 2009/10. La produzione ha riguardato 19 Paesi e circa 420mila ettari di terreno a cui si devono aggiungere altre  56mila ettari in fase di conversione alla produzione biologica. Qui il report.

La seconda riguarda la denuncia già in circolazione da tempo grazie ad uno studio del Center for Strategic and Internationale Studies (CSIS) dell’ottobre scorso riguardante lo sfruttamento di lavoro forzato  nella regione cinese dello Xinjiang. Il report ricorda che la Cina è il più grande produttore ed esportatore di tessuti al mondo e che in particolare la regione citata produce circa l’80% del cotone cinese e il 22% delle forniture globali. I lavoratori impiegati sono carcerati o appartengono a minoranze etniche e religiose coinvolte in programmi di ‘rieducazione’. ‘I prodotti che entrano negli Stati Uniti e in Europa – si legge in un aggiornamento pubblicato da CSIS poche settimane fa -rischiano di essere contaminati da queste pratiche di lavoro forzato, che spesso si verificano sotto gli occhi dei marchi globali nelle catene di approvvigionamento’.

Per quanto la Cina abbia dichiarato l’intenzione di ridurre gli investimenti in attività a basso valore aggiunto per concentrarsi su settori tecnologicamente trainanti, i dati citati ne  confermano la leadershipNel 2019, l’industria tessile contava circa 3,1 milioni di dipendenti, nel 2018, le esportazioni totali di cotone, filati, tessuti e abbigliamento della Cina hanno rappresentato quasi il 10% del valore totale delle esportazioni rappresentando, escluso un consumo interno di prodotti tessili,  l’1,9% del PIL totale del Paese. Come intervenire? I brand e gli acquirenti occidentali possono certamente avere un ruolo nel richiedere la tracciabilità dei materiali acquistati e garanzie del rispetto dei diritti dei lavoratori coinvolti nei processi ma l’assenza di controlli e l’estrema frammentazione della filiera di approvvigionamento rendono complesse le pratiche di monitoraggio e la tracciabilità dei materiali. Ma è soprattutto l’assenza -o la non sufficiente – presenza di reti di approvvigionamento alternative a rendere difficile intraprendere iniziative. In altre parole: l’Occidente ha bisogno di cotone e la Cina lo produce applicando modalità di  sfruttamento dei lavoratori inaccettabili ma intervenire è difficile o forse non conviene.

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