La società di consulenza EY ha pubblicato il sondaggio globale Future Consumer Index svolto durante il mese di giugno 2020 e che ha coinvolto 14.074 consumatori In 18 Paesi (Stati Uniti, Canada, Brasile, Regno Unito, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia, India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Cina, Indonesia, Giappone, Australia e Nuova Zelanda). Obiettivo: intercettare comportamenti, sentiment e intenti dei consumatori per aiutare le imprese a delineare le proprie strategie.

Lo studio assume un particolare rilievo collocandosi in una fase ancora critica della pandemia coronavirus in cui però si torna a parlare di ripresa delle attività produttive e commerciali.

Atteggiamenti e punti di vista raccolti vengono utilizzati per raggruppare gli intervistati in macro aree che rappresentano approcci diversi al consumo. Secondo questa rappresentazione il 30% degli intervistati appartiene alla tipologia “affordability first”, il gruppo più pessimista del campione in merito alla ripresa del Paese in cui vive e al ritorno della stabilità finanziaria. I consumatori di questa fascia guardano quindi al risparmio e alla convenienza, ricordiamoci che il covid19 ha pesato e pesa in termini di perdita di lavoro e di abbassamento dei redditi famigliari. Ci sono poi i consumatori che pongono la salute al primo posto (26% del totale), un atteggiamento che spinge a scegliere i marchi e i prodotti di fiducia e che esprimono caratteristiche e performance salutiste. Qui trovano spazio i prodotti biologici, le certificazioni che attestano l’attenzione prestata durante i processi di produzione, ma anche articoli protettivi e materiali sanificanti.

Il tipo gruppo è preoccupato per l’ambiente e il riscaldamento globale (17%) ed è disposto a pagare di più un articolo se  di alta qualità, etico e sostenibile. Il consumatore tipo sceglie articoli duraturi meglio se prodotti localmente. Un ulteriore 16% pone il valore sociale al primo posto e sceglie produttori in base all’impegno etico e alla trasparenza delle informazioni. Infine non mancano i consumatori definiti  “experience first” (11%) che vivono il consumo come un’attività gratificante a prescindere da considerazioni etiche e non vedono l’ora di tornare allo shopping tradizionale.

In sintesi il consumatore fotografato dallo studio è quindi preoccupato per il futuro, più attento alla propria salute e alla qualità e alla storia di ciò che acquista. Ha intensificato gli acquisti on line e se non utilizzava questa modalità ha imparato a farlo. Difficile che in futuro rinunci all’ecommerce. Complessivamente è forte il desiderio di tornare alla normalità (40% del campione) ma un intervistato su due pensa che il coronavirus abbia cambiato in modo significativo la propria vita mettendone in discussioni valori e approcci.

Perché le imprese devono tenere presente queste indicazioni nello sviluppare le proprie strategie?

Perché sulla capacità di fornire risposte adeguate si giocheranno le proprie capacità competitive: non solo i consumatori ma anche stakeholder e società finanziarie adottano criteri simili. Come si legge nel rapporto: Gli investitori e altre parti interessate sono diventati molto più interessati a sapere se il comportamento di un’azienda è all’altezza delle sue promesse e quanto bene lo comunica al consumatore. Vaghe assicurazioni non saranno sufficienti. Le organizzazioni devono investire nella catena di fornitura e nelle capacità dei dati per fornire trasparenza in un modo in cui le persone possono fidarsi’. Ed ecco il dato su cui a nostro modo di vedere vale la pena riflettere: il 54%  dei consumatori globali ritiene che l’autenticità e l’onestà delle imprese siano estremamente importanti.

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