Covid19 permettendo è ora di riprendere in mano i temi che possono contribuire a rendere la chimica -e le sue applicazioni- più green.

Il Collegato ambientale 2020 presentato dal ministro dell’ambiente Sergio Costa ed interpretato come la prima trasposizione legislativa del Green New Deal italiano, pone con un certo grado di rilevanza il tema delle limitazioni delle sostanze poli e perfluoro alchiliche – Pfas.

Il problema è ben noto all’industria tessile che utilizza queste sostanze per dare effetto impermeabilizzante e antimacchia ai tessuti (si ricorderà al riguardo la campagna condotta da Greenpeace sul tema nell’ambito del programma Detox) ma i Pfas sono presenti in un’infinità di prodotti di uso quotidiano, anche nel packaging per alimenti. Alla famiglia appartengono circa quattromila composti diversi, che si distinguono per la lunghezza della molecola in cui atomi di carbonio si legano al fluoro. Sono a molecola lunga il Pfos (acido perfluoroottansolfonico) e il Pfoa (acido perfluoroottanoico), brevettato nel 1951 dalla Dupont negli Stati Uniti e alla base del Teflon. Il problema naturalmente non è solo italiano, negli Stati Uniti, ad esempio ha assunto dimensioni particolarmente allarmanti. A febbraio 2018, la Commissione Europea ha pubblicato una proposta di revisione della Direttiva 98/83/CE sulla qualità delle acque destinate al consumo umano, nella quale è stato introdotto sia il limite per singole sostanze PFAS (=0.1 µg/l) che il limite per la somma totale di PFAS (=0.5 µg/l) riscontrati nelle acque destinate al consumo umano. L’iniziativa è coerente con le precedenti raccomandazioni dell’OMS (WHO, 2017), le quali suggerivano un limite per PFOS (pari a 0.4 µg/l) e PFOA (4 µg/l).

 Ricordiamo tutti l’emergenza PFAS in Veneto quando a partire dal 2013 sono stati riscontrati livelli di Pfas nelle acque sotterranee ma anche potabili con la conseguenza di una reiterata esposizione della popolazione ad alimenti contaminati. 4 anni dopo con la DGR n. 1590/2017 la Regione Veneto aveva stabilito per l’acqua destinata a consumo umano dei valori provvisori più restrittivi rispetto a quanto precedentemente indicato dall’Istituto Superiore di Sanità e l’Arpa ha intrapreso un percorso di approfondimento e mappatura delle fonti inquinanti. Durante i processi di lavorazione i PFAS possono infatti filtrare nelle falde acquifere ed accumularsi nei vegetali entrando così nella filiera alimentare e vengono quindi assorbiti dal sangue con conseguenze sulla salute delle persone. Giusto per ricordare di cosa stiamo parlando i Pfas sono interferenti endocrini, cioè sostanze che interferiscono con il sistema ormonale e possono pregiudicare la crescita, lo sviluppo e la riproduzione e sospetti cancerogeni, ma ricerche su abitanti dei comuni veneti contaminati hanno evidenziato possibili correlazioni con una serie di altre patologie. Uno studio recente li considera anche tra le cause di diffusione di carie nei bambini. L’uso massiccio di tessuti e TNT trattati con Pfsa in ambito medicale e protettivo rende il tema particolarmente sensibile considerata la necessaria e crescente diffusione dimascherine e dpi idrorepellenti. Insomma non è tema da sottovalutare.

Torniamo alle proposte del Ministro Costa che oltre a porre la limitazione all’uso di Pfas collega queste strategia alla creazione di un nuovo fattore di pressione ambientale (Fpa) operante su base regionale con l’incarico di monitorare e limitare le attività inquinanti in generale.

Come sintetizzato da Il Sole24ore del 18 agosto 2020, è prevista a breve l’ istituzione con decreto del Ministero dell’ambiente della cabina di regia per la delimitazione di un quadro nazionale dell’entità dell’estensione delle contaminazioni da sostanze perfluoro alchiliche per aggiornare i valori limite allo scarico, la tipologia degli scarichi regolamentati e le specifiche tecniche per la raccolta dei dati di controllo (art.15). Entro 30 gg Ispra istituirà inoltre un osservatorio nazionale per monitorare la problematica.

Ok tenere sotto controllo il problema ma serve ben altro. Il collegato ambientale prevede infatti incentivi per attività di ricerca e sperimentazione di materiali alternativi ai Pfas (articolo 16). Questo ci piace ma vogliamo capire meglio (chi, come quando, quanto).

Naturalmente il collegato prevede anche molte altre iniziative alcune delle quali ci stanno altrettanto a cuore come le misure per la raccolta e il recupero del Pet e procedure semplificate per attività di preparazione per il riutilizzo di prodotti o componenti diventati rifiuti (art.88), insomma occorre dedicare attenzione al dibattito che ne scaturirà e ai decreti attuativi.

Per quanto riguarda i Pfas nel tessile che dire? Noi di Blumine abbiamo iniziato a parlarne fin dal 2011 https://www.sustainability-lab.net/it/blogs/sustainability-lab-news/dal-2015-teflon-piu-sicuro.aspx e -anche grazie alle pressioni della campagna Detox- abbiamo incoraggiato le aziende a indirizzare in questo senso la ricerca di soluzioni sostenibili e nel contempo in grado di dare ai capi le funzionalità attese. Molte aziende hanno intrapreso da tempo questa strada e potranno capitalizzare le competenze acquisite.

Per chi volesse approfondire suggeriamo di leggersi lo studio dell’Istituto Negri ‘Studio finalizzato all’individuazione di potenziali sostituti delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) a catena lunga di minore impatto ambientale e sanitario’.

La vicenda veneta è ricostruita in questo articolo dell’Internazionale

Qui invece il link al trailer di Cattive acque 

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