Recentemente l’Osservatorio CPI – Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, ha dato rilievo ad una ricerca svolta da Vivid Economics, un importante centro di ricerca britannico che ha valutato e confrontato le decisioni politiche intraprese da 17 Paesi durante l’epidemia Covid con l’obiettivo di misurarne il ritorno in termini di sostenibilità. Senza timore di spoilerare troppo vi anticipiamo che l’Italia si piazza al 7^ posto dopo Francia, UK, Germania e Spagna, Corea del Nord e Giappone. Eppure abbiamo incassato i complimenti da parte un po’ di tutti per la gestione dell’emergenza e il rigido lock down, ma in termini di effetti green, si poteva fare di meglio.

Il sistema di valutazione adottato dallo studio, il Green Stimulus Index -GSDI in realtà è abbastanza semplice perché considera quante risorse sono state stanziate per i settori definiti ad elevato impatto ambientale (agricoltura, industria, energia, rifiuti e trasporti) sulla base di parametri che includono il cambiamento climatico, la biodiversità e l’inquinamento locale e pesa l’impatto ecologico degli interventi varati. Come sottolineano i ricercatori della Cattolica, va tenuto presente che ‘l’impatto è fortemente influenzato dal grado di sostenibilità di questi settori antecedente alla diffusione del virus: un identico sussidio erogato a un dato settore in diversi paesi ha un impatto ambientale più negativo nel paese in cui quel settore ha una situazione iniziale peggiore’. Ma torniamo all’Italia che ha ottenuto un punteggio di poco superiore a -20 in una scala che va da -100 come punteggio minimo a +100 come punteggio massimo.

 Cosa non ha funzionato secondo gli osservatori? I provvedimenti emanati durante la fase pandemia hanno introdotto solo limitate misure a sostegno della causa ambientale. O meglio, l’unico provvedimento identificabile come ‘green’ in Italia è stato il Superbonus 110% contenuto nel Decreto Rilancio perché ha spinto a realizzare opere di efficientamento energetico ed investimenti in energie rinnovabili. Giudicati negativamente inoltre, diversi provvedimenti a sostegno di diverse imprese attive nel settore dei trasporti, come i 3,3 miliardi messi a bilancio per la compagnia di bandiera Alitalia o la garanzia Sace sul prestito da 6,3 miliardi concesso da Intesa Sanpaolo a FCA: nessuna di queste sovvenzioni ha vincolato i finanziamenti a una qualche forma di condizionalità ecologica.

Vorremmo fare due riflessioni.

La prima riguarda la necessità di inserire sempre come condizione al ricevimento di sussidi/finanziamenti qualche requisito che favorisca le imprese che adottano politiche di responsabilità ambientale e sociale e spingano quelle restie a darsi una mossa in questa direzione. Argomento non nuovo e delicato: sostenere imprese inquinanti può ritardarne il fallimento/salvare posti di lavoro ma è un approccio che rallenta anziché favorire la transizione verso l’economia green e circolare.

La seconda riguarda un’esperienza che i produttori tessili hanno vissuto in prima persona: la corsa solidale alla produzione di mascherine e camici per rispondere all’urgenza sanitaria. Non ci stancheremo mai di ringraziare le imprese per gli sforzi e le risorse messe in campo ma si tratta di andare oltre l’emergenza e cogliere l’occasione per studiare e sperimentare filiere circolari in grado di gestire i dpi in termini di ecodesign, produzione e gestione fine vita. Il covid ha modificato l’identità dei rifiuti proponendo nuove criticità: volumi enormi di TNT e plastica (guanti, involucri protettivi, separatori etc): come li gestiamo?

Infine, con l’esperienza fatta durante il covid l’industria tessile italiana ha sperimentato nuove soluzioni tecnologiche, ha attivato processi di riconversione, accumulato esperienze e saperi che devono essere capitalizzati e trasformati in nuovi modelli di business, fino a diventare se non leader certo soggetti autorevoli nel mercato globale del medicale e dei dpi. Sempre che non sia lasciata sola in questa partita.

 

 

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