Il 20 luglio scorso l’Assemblea Nazionale francese ha approvato il disegno di legge contro la crisi climatica e per la resilienza. Una legge che arriva al termine di un lungo iter consultativo e che affronta una serie di aspetti concreti: dalla riduzione dei viaggi aerei alla sostituzione delle automobili inquinanti, dalla bioedilizia all’introduzione di diete vegetariane nelle mense pubbliche senza dimenticare la formazione dei giovani al consumo responsabile.
Tra i vari punti si cita la necessità di applicare sui prodotti di consumo un’etichetta ambientale che indichi l’impronta di carbonio del prodotto.
L’obiettivo è informare i consumatori sull’impatto ambientale delle loro decisioni di acquisto e consolidare il concetto di EPR tra i produttori stimolandoli a comunicare correttamente i contenuti di ciò che producono e commercializzano e a privilegiare filiere virtuose.
I prodotti tessili sono indicati insieme al food come prodotti su cui si svolgerà a partire dal 2023 la sperimentazione del programma prima che si proceda all’obbligatorietà.
Una decisione che segue quella intrapresa lo scorso anno con il decreto legge che in Francia vieta ai marchi di distruggere le scorte rimanenti e invenduto a partire dal 2023. Il sistema prevederà probabilmente di indicare con lettere il grado di impatto ambientale del prodotto a partire dalla A per quelli più green, un po’ come già avviene per i consumi energetici degli apparecchi elettrici.
L’Assemblea ha anche espresso parere favorevole alla proposta di riservare l’uso della bandiera nazionale solo ai prodotti realizzati interamente Made in France (dalla materia prima al confezionamento).
Non sono naturalmente mancate le reazioni alla legge nel suo insieme.
I movimenti ambientalisti ritengono che arrivi in ritardo e che la tempistica applicativa prevista non consenta di ottenere il contenimento del riscaldamento globale entro i termini fissati nel 2015 proprio a Parigi. L’etichetta sui materiali tessili è ritenuta da alcuni una richiesta che penalizzerà le PMI (nb: di questo non siamo convinti perchè spesso le piccole imprese sono più avanti di quanto non si pensi nell’adottare metodi di controllo della propria supply chain).
Certamente sarà interessante seguire questa vicenda.
Ci chiediamo come una simile etichettatura potrebbe essere accolta dai brand e dalla filiera del made in Italy.



